L’Università della Vendita? Non serve…

Università della vendita

Sono Eros Tugnoli, da più di trent’anni formo e addestro venditori, agenti, tecnici commerciali, area manager account ecc.

Spesso mi capita di chiedere: “Qualcuno di voi è laureato in Ingegneria della Vendita e Tecnica Negoziale?”

Agli sguardi perplessi, chiedo allora: “Avrete almeno un diploma in Venditologia?” Ovviamente la risposta è la medesima, cioè NO. Un geometra, una maestra d’asilo, un medico, un elettrotecnico, persino un filosofo ha un percorso formativo scolastico o universitario ben definito e certificato: il venditore, no. Eppure ci sono venditori che gestiscono milioni di euro di fatturato, che conoscono più di una lingua, protagonisti ogni giorno del loro destino o dei fatturati delle loro aziende. Ma siccome la vendita è una professione senza nessun riconoscimento accademico, la formazione viene lasciata alla libera iniziativa di ciascuno di loro, o al massimo frequentano qualche corsetto di 3 o 4 giorni sulle Tecniche di Vendita, spesso affidati a psicologi o pseudo “motivatori”, i quali, probabilmente, non sarebbero capaci di vendere acqua fresca ad un assetato. Anche perché la maggior parte dei formatori italiani alle vendite o non ha mai fatto il venditore o, al massimo, ha venduto “se stesso” a qualche azienda o a qualche associazione di categoria che ha abboccato.

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Il pericolo Cina

La repubblica popolare cinese riversa ormai da anni prodotti nel nostro continente. Questo è dovuto in parte al basso costo della manodopera, ma non solo. Scopriamo alcuni retroscena.

 

Made in PRC, accompagnato da un rassicurante logo CE, sono effigi alle quali siamo abituati da tempo, ma che nascondono pericoli molto insidiosi. Molti di voi sanno che il suddetto acronimo, che rappresenta il nostro Comunità Europea, è stato guarda caso “mutuato” dai cinesi per il loro “China Export”. Molte meno persone conoscono i retroscena che consentono a questi insidiosi competitor di praticare prezzi così bassi in tutto il mondo. La crescente immigrazione verso i centri urbani industrializzati cinesi, ha obbligato il governo centrale a creare condizioni di occupazione che non trasformassero questo fenomeno demografico in fattore di potenziale conflitto sociale. Per questo motivo si è mantenuta una bassa tecnologia produttiva, affinché il lavoro umano rimanesse il perno attorno al quale ruotava l’azienda e fosse contemporaneamente assicurato un reddito – ancorché minimo – a milioni di persone.

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